La storia di Rüth e il dare senza ricevere

Rüth, la Svizzera e l’inizio di un nuovo modo di viaggiare

Quella che vi sto per raccontare è una storia accaduta veramente. Quando persi il posto di lavoro decisi di partire, all’inizio non sapevo nè dove nè per quanto tempo. Volevo andarmene, prendere del tempo per me e basta. Ancora non lo sapevo ma stavo entrando nella mia scomfort zone.
La cosa che volevo più di tutte era trovare il modo di vivere da dentro un’altra cultura. E’ un pallino che avevo sempre avuto, ma poi finiva che mi convincevo di non conoscere abbastanza bene altre lingue straniere. Conoscendomi difficilmente sarei riuscito ad entrare in relazione con qualcuno incontrato in qualche ostello o pub. Decisi di “forzare” il mio apprendimento. Avrei lavorato in cambio di vitto e alloggio per delle famiglie. In questo modo avrei potuto capire molto di più sopra altre culture e avrei dovuto trovare un modo per comunicare.
Inizio dalla Svizzera, prima nella piccolissima Venthône, nel cantone francese. Sono ospite di Jacqueline e Daniel, che insieme ai cinque figli gestiscono un piccola fattoria alle pendici delle Alpi. Lavoro cinque giorni a settimana nei campi con Daniel. Sveglia presto alla mattina per dare da mangiare a conigli e galline, poi via a imballare il fieno, spaccare legna e raccogliere gli ortaggi.

Castello di Chillon sul Lago di Ginevra

Poi si passò alla Svizzera tedesca

Le due settimane a Venthône sono state piene di sorprese ma soprattutto insegnamenti. Ero passato dall’usare sempre la testa, a dover di colpo usare le mani e la forza fisica comunicando solo lo stretto necessario. Nel frattempo mi ero premurato di trovare un altro “ingaggio”. Questa volta nella svizzera tedesca, più precisamente a Trubschachen. Un piccolo villaggio sperduto tra Berna e Zurigo, dove ovviamente tutto era perfetto e in ordine. Lavoravo per una piccola comunità di famiglie che autoproduceva tutto. Case in legno, con fornelli a legna, una sauna naturale all’esterno, orto, latte e tanta tanta natura. Questa volta i miei host erano Tobias e Olga che insieme alla piccola Veronika avevano scelto una vita controcorrente. Per me quello fu il tempo di elogiare la lentezza. Tutto aveva un altro ritmo. Il tempo non lo scandivamo noi ma la natura. Passarono altre due settimane e decisi che era il momento di cambiare Paese. Prossima tappa: Bruxelles. Tobias prima di conoscere Olga aveva viaggiato il Mondo ininterrottamente per cinque anni. Le sue storie erano sempre così affascinanti e piene di vita. Un giorno mi parlò della pratica di fare l’autostop e di quanto fosse comune proprio in Svizzera, chi l’avrebbe mai detto! Non potevo farmi sfuggire questa occasione.

Quella del globetrotter, il viaggiatore zaino in spalla, non è una scelta che parte dal non voler spendere soldi. Si è vero, tiene sicuramente conto anche di questo, ma prima di tutto c’è l’esperienza, il mettersi in gioco, sentire l’adrenalina della novità, andare incontro all’imprevisto con la consapevolezza di poter fare conoscenze e incontri unici.
Avevo deciso che avrei tentato di arrivare a Basilea (150 km di distanza) per poi prendere un Blablacar e giungere così a Bruxelles.

La fortuna dell’autostoppista

Ricapitoliamo: mi trovo a Trubschachen, nel cuore della svizzera tedesca, in un assolato pomeriggio di agosto al bordo della strada principale che esce dal villaggio. Preparai un cartello, su suggerimento di Tobias, con su scritto BASEL, per anticipare ai conducenti quale sarebbe stata la mia destinazione. Passa mezz’ora e solo una macchina (diretta però da un’altra parte) si ferma.

Equipaggiamento vagabondo

A un certo punto vedo dall’altra parte della strada una signora, abbondantemente oltre la settantina, sventolare dei soldi e pronunciare qualcosa in tedesco. Io le faccio capire che non volevo soldi, che parlavo italiano e volevo andare a Basilea. Al che mi sento replicare: “Allora provare a rispondere italiano..in queste cose ci vuole fortuna”, proprio mentre arriva il bus che stava aspettando in direzione opposta alla mia.

Il tempo passa, forse ormai 45 minuti, e mi ritrovo sempre con il mio dito spiegato sul ciglio della strada, iniziando lentamente a preoccuparmi. Ecco allora che vedo scendere da un bus, tutta trafelata, la signora di prima. Mi guarda e dice: “Mi ero scordata, con abbonamento treno io avere biglietto gratis per altra persona se lei viaggiare con me”.

In una commistione di incredulità e meraviglia le rispondo:” E quindi?”. “E quindi vieni che andiamo a Basilea!”. Non ci potevo credere, avevo appena ricevuto un gesto di una gratuità e gentilezza a dir poco disarmante.

Il viaggio durerà poco più di due ore, con due treni cambiati e tante chiacchiere profuse. Lei si chiama Rüth, si definisce matta, ha due figli adulti di cui uno in America e ben sei nipoti. Ha lavorato per oltre vent’anni in una casa di riposo a Berna premurandosi di dirmi che quando si fa un lavoro che si ama la fatica e i sacrifici di colpo scompaiono.

Rüth e l’abbonamento del treno

Tutti quanti abbiamo un angelo

Durante il viaggio mi sono chiesto più volte come fosse possibile che una donna anziana accompagnasse uno sconosciuto dall’altra parte del paese solo per il piacere di essere utile. Poi la guardavo e vedevo due occhi azzurri semplici, che vedono nel dare incondizionatamente una strada per la felicità. Abbiamo chiacchierato tanto io e Rüth, delle nostre vite, della bellezza delle nostre terre. Scoppiai a ridere quando mi disse: “Cosa credi, anche qui c’è la mafia!”.

Non avevo molto da offrire, così decisi di donarle la marmellata che a loro volta Jacqueline e Daniél mi avevano regalato come ringraziamento per il lavoro svolto. Arrivati a Basilea, la ringrazio e le dó un bacio sulla guancia. Lei sorridente e quasi stupita per i ringraziamenti ricevuti mi saluta e si dirige a prendere il primo treno che l’avrebbe riportata a casa. Voleva rientrare in tempo per preparare la cena ai nipoti.

Gli incontri che insegnano

Arrivato a Basilea alloggiai a casa di un ragazzo che mi ospitò insieme ai coinquilini attraverso il Couchsurfing. Ricordo che qualche giorno dopo mi capitò sotto mano una frase che immediatamente mi riportò a Rüth:
Non è tanto quello che facciamo, ma quanto amore mettiamo nel farlo. Non è tanto quello che diamo, ma quanto amore mettiamo nel dare”. (Madre Teresa di Calcutta).

Rispondi