Señor Antonio e il valore del tempo in Colombia

Ho imparato che quando si decide uno spostamento bisogna armarsi di molta pazienza. L’obiettivo di giornata è di salutare la stupenda Palomino per entrare nel cuore della regione della Guajira. Da La Mesa due amiche, Suaty e Juanita, coordinano i miei spostamenti suggerendomi cosa valga la pena visitare. Perché dovete sapere che i colombiani sono innamoratissimi del proprio Paese. Hanno viaggiato tra le varie regioni, tutte così diverse tra loro. Dei luoghi non ancora esplorati conservano qualche storia o aneddoto di altri. Un bus, due “carros” privati e una jeep mi dividono dalla destinazione odierna. L’aiuto autista (ogni bus ha un addetto alla riscossione) mi dice che arriverà fino alla città di Uribia. Accetto e salgo a bordo. Passa un’ora e chiedo alle persone di fianco a me quanto mancasse per la suddetta fermata. Si scatena un comizio popolare dove mi viene a gran voce confermato che questo bus non fermerà a Uribia. Bello carico mi dirigo dall’aiuto autista, un uomo piuttosto rubicondo, stempiato e con i baffetti. Gli dico che non è vero che questo bus fermerà a Uribia e che non se ne deve approfittare perché sono uno straniero.  Seccato mi risponde che non gli interessa cosa la gente pensa e se lui dice una cosa la mantiene. Dopodichè mi mostra il pugno destro. Io faccio altrettanto colpendo il suo. Questo gesto, anticipato in genere da una veloce stretta di mano, è un segno di rispetto e amicizia. In effetti è stato di parola. Arrivati al paese di Cuatrosvias ha pagato una macchina privata con la quota da me versata perché mi portasse alla metà concordata. Dopo tre ore di viaggio scorgo un’enorme segnaletica: “Bienvenidos a Uribia – Capitale indigena de Colombia“. Entro in una tienda a comprare una tanica e due bottiglie per un totale di 8 litri d’acqua (poi vi spiegherò il perché!). Mi dirigo verso una jeep che richiama la mia attenzione e contratto sul prezzo. Il mio zaino viene di colpo issato sul tetto insieme a scatoloni e scorte di cibo. Chiedo gentilmente di fare attenzione. Mi viene risposto che qualora fosse caduto durante il viaggio se ne sarebbero di certo accorti! Mi metto a sedere dentro al mezzo insieme ad una coppia di venezuelani con la quale parlo della difficile situazione del loro Paese. Nel frattempo il proprietario del mezzo insieme a qualche giovane “scagnozzo” continua a lanciare prodotti alimentari in cima al furgone. Tutti lo chiamano señor Antonio, un uomo alto molto somigliante a Ciccio Ingrassia, con due grandi rayban scuri che mascherano un problema agli occhi. Dopo oltre due ore di attesa qualcosa si muove. Siamo in dieci stipati sui sedili dietro, due ragazzini arrampicati in cima al mezzo e señor Antonio con un fido garzone davanti alla guida. Lasciamo la città per avventurarci nell’entroterra tra buche e strade polverose. Di colpo la vegetazione da verde passa a secca e arida. Nel frattempo il sole ci saluta per dare spazio alla notte. Sporadicamente spuntano delle capanne o delle piccole case dove il furgone si ferma per fare scendere qualche passeggero. Resto solo io con l’equipaggio quando improvvisamente l’auto si spegne. È buio, una strada in mezzo al nulla, 5 uomini, un furgone guasto e un cielo infinitamente stellato. Scendo per capire cosa stia succedendo. Li vedo tutti impegnati a lavorare sul motore. Dopo una decina di minuti di attesa mi viene fatto cenno di aiutarli a spingere Si può ripartire! Vengo fatto sedere davanti, a fianco di señor Antonio, mentre la musica latina viene sparata a tutto volume dalla radio. Mi rendo conto che quell’uomo è il gestore della claque di trasporti e rifornimenti alimentari della zona. Ci fermiamo in almeno una decina di piccole botteghe per scaricare acqua e cibo. Scendo anch’io ad aiutare “i ragazzi”. Non so perché ma risulto molto simpatico a señor Antonio. Mi offre un buonissimo caffè con panela (lo zucchero di canna colombiano) continuando a mettermi nella mano delle sigarette senza che io abbia chiesto nulla. Sono passate 10 ore dalla mia partenza e finalmente mi viene indicato che quell’agglomerato di case senza luce era la mia destinazione. Sono appena approdato a Cabo de la Vela.Mi trascino verso la prima camera che trovo, conservando di questa giornata tante immagini e volti di incredibile vita colombiana. 

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